Il campesino peruviano (il contadino, certo, ma anche il pastore, il lavoratore a giornata) vive, pur nella sua quasi generale povertà, un mondo tuttavia spiritualmente più intenso di quello a cui noi siamo abituati; un mondo magico e come sospeso tra presenze che sono assai più concrete di quanto si possa credere, assai più indifferenziabile tra il Dio cristiano e i miti antichi. Immerso in tutto questo, non potrebbe durare senza una stoica accettazione del dolore ma anche senza quella particolare arguzia che è propria delle anime pure. Quelli che qui si raccontano non sono che esempi come altri, di questo quotidiano convivere tra presenze arcane e necessità molto, molto pratiche.