"Terra bruciata" è una silloge che indaga il rapporto tra la Terra e lo struggersi del corpo, tra l'anelito di rimanere e quello di dissolversi: la Terra è colei che lo chiama a restare. L'io poetico si muove in un paesaggio di figure familiari - fango, sale, radici, fuoco - che costruiscono un immaginario organico e notturno. La raccolta si struttura come un canto in discesa, intervallato da una soglia. In questo percorso il corpo si percepisce sterile, bruciante, scisso, fino a toccare una zona liminale in cui il linguaggio si fa più essenziale e rituale. Senza approdare a una pacificazione, "Terra bruciata" attraversa la possibilità di un "restare", non inteso come salvezza ma come veglia nella propria fragilità: un rimanere esposti, presenti, dentro la materia e dentro il tempo.